venerdì 2 gennaio 2015

La prigionia in Austria di mio padre nella guerra 1915-'18

Diprima Giuseppe
mio padre prigioniero
in Austria nella guerra 1915-1918.

Diprima Giuseppe di Stefano e di Montalto Monella Calogera, nato a Sutera il 4 ottobre 1898.
Partecipò alla prima grande guerra 1915-1918. Fu chiamato alle armi il 1 marzo 1917 (aveva 18 anni e 5mesi) e finì il servizio militare il 1 luglio 1920 (aveva  20 anni e 9 mesi).
Combatté sulle Alpi da mitragliere.
Fu fatto prigioniero e portato nel campo di concentramento a presso Gratz
La vita nel campo di concentramento fu tremenda sia per la dura disciplina sia per fame (era una fortuna trovare una vecchia scarpa da masticare).
Mio padre mi raccontava che ogni giorno i prigionieri erano schierati in un grande spiazzo. Un ufficiale austriaco gridava dei nomi di prigionieri e questi dovevano fare un passo avanti e l’ufficiale  assegnava loro una punizione. La più grave consisteva nell’essere legati  fortemente ad uno dei pali di ferro situati nello spiazzo. Bisognava stare con la testa alta e sotto il mento veniva posta una baionetta. I più puniti in genere erano i russi.
Ricordo ancora due strofe della canzone che i nostri prigionieri cantavano di nascosto e che mio padre spesso cantava a Sutera e volle che l’imparassi:

Finalmente è finita la guerra
che l’Europa ha ben dissanguata.
Siam tornati all’italica terra,
terminato è il nostro soffrir.

Pace, pace tu hai schiuso la via
Per tornare al suolo d’Italia,
Tu ci hai tolto a quella canaglia
Che tanto tempo ci ha fatto languir.

Austriaci  vil  razza  dannata,
gente infame vile e senza cuore,
vendicaste l’Italia e il valore
col martirio dei suoi prigionieri.

Per otto giorni ci daste un sol pane,
con un rangio da rifiutar i cani,
siete stati con noi disumani
per voi l’odio sempre sarà.

Al lavoro ci avete portato
peggio ancora di schiavi venduti,
a piedi scalzi, affamati, abbattuti
senza aver compassione e pietà.

Innocenti ci avete puniti
con i ferri, col palo e prigione,
di vigliacchi non che paragone
far soffrire così i prigionier.

Ed il palo martirio crudele,
con le mani di dietro legate,
sulla punta dei piedi sollevati,
per due ore durava il martir.

Abbiam visto, ne una sol volta,
trecento russi al palo maledetto,
baionette puntate sul petto,
chi si muove ferito sarà.

Assassini di bassa galera
austriaci feroci e bestiali,
ci trattaste al par di animali,
maledetta sì razza brutal.
                                  
                                   Cara patria abbiam fatto ritorno,
                       bella Italia, civil nazione,
                       e dell’Austria la fame e il bastone

                       i tuoi figli non soffrono più.

Un giorno mentre tutti i prigionieri del campo erano schierati, venne chiamato: Giuseppe Diprima. Mio padre, tremando fece un passo avanti. Un ufficiale austriaco lo rassicurò che non si trattava di una punizione e lo condusse nell’ufficio del comandante del campo dove era anche presente un alto ufficiale medico austriaco, il barone Purgstall, proprietario di un castello a Feldbach (vedi in calce la foto) e padre di una ragazza diciottenne la baronessa Olga. Il barone Purgstall aveva ottenuto dalle superiori autorità di prelevare dal campo di concentramento un prigioniero di buon carattere e di portarselo al castello per proteggere la baronessina Olga.
Era la fine delle sofferenze. Nel Castello di Feldbach fu presentato alla baronessa, gli fu assegnata una stanzetta posta al primo piano e situata sopra quella della ragazza. La sera stessa l’ufficiale medico partì e mio padre rimase con la ragazza che era in grado di difendersi perché sapeva usare bene un fucile.
Dopo la cena mio padre salì nella sua stanza. La ragazza chiuse la sua porta, vi mise dietro tutti i mobili che potè spostare e si coricò mettendosi nel letto il fucile carico.[1]
Ma non riusciva a dormire perché sentiva che mio padre camminava nella sua stanza. Poi lo sentì scendere per la scala e bussare alla sua porta. Non volendo mostrare paura, la ragazza aprì di poco la porta e gli chiese qualcosa. Mio padre attraverso la fessura della porta le porse una catenina d’oro con una medaglia della Madonna[2]. La ragazza capì  che mio padre le chiedeva di non avere paura e glie lo stava giurando sulla Madonna. Aprì la porta lo fece entrare, chiese il suo aiuto per mettere i mobili al loro posto.
Cominciò così un rapporto di grande fiducia che consentì anche a mio padre di portare qualcosa da mangiare ai prigionieri suoi amici rimasti nel campo.
Qualche volta mio padre e la baronessa andavano a caccia.  Molti anni dopo, la baronessa ormai vecchia, mi raccontò che una  volta lei, andata a caccia con mio padre, uccise un daino e mio padre se lo caricò sulle spalle ed attraversò Feldbach cantando l’inno nazionale italiano mentre lei lo pregava di smettere: “Giuseppe non cantare il tuo inno nazionale, potrebbero arrestarti”. A ricordo di quella battuta di caccia, la baronessa si fece costruire una spilla d’argento con incastonato un dente del daino. La spilla mi è stata, poi,  regalata dalla baronessa ed è fotografata più sotto.
Da Feldbach mio padre ha potuto mandare, tramite la Croce Rossa, della posta alla sua famiglia in Sicilia. La posta in arrivo dall’Austria veniva revisionata a Palermo da un gruppo di militari tra cui era il fratello maggiore, Onofrio, di mio padre che aggiungeva anche la sua firma e faceva proseguire la lettera per Sutera.
Mio padre tornò dall’Austria in Italia e nel marzo 1920 ha ricevuto una lettera della baronessa  Olga che riporto di seguito.




[1] Tutto ciò mi è stato raccontato dalla baronessa che il sono andato a trovare dopo tantissimi anni.
[2] Era la catenina che mia nonna gli aveva messo al collo all’atto di partire per la guerra sperando che la Madonna lo protegesse.
1920 Lettera della baronessa Olga a Giuseppe Diprima pag. 1

1920 Lettera della baronessa Olga a Giuseppe Diprima pag. 2

Spilla in argento con i denti del daino ucciso dalla baronessa Olga

 Castello di Beldbach


Da sinistra: Mia moglie Lillina Randazzo e la baronessa Olga Pulgstall a Feldbach nel 1969

Da sinistra: Mia moglie Lillina Randazzo, la baronessa Olga Pulgstall, Stefano Diprima ed Hasi Salmieri a Feldbach nel 1969

Da sinistra: Stefano Diprima e la baronessa Olga Pulgstall a Feldbach nel 1969

Da sinistra: Mia moglie Lillina Randazzo, la baronessa Olga Pulgstall ed Hasi Salmieri a Feldbach nel 1969

Da sinistra: Mia moglie Lillina Randazzo l'ing. Pasquale Salmieri, la baronessa Olga Pulgstall, Stefano Diprima ed Hasi Salmieri a Feldbach  nel 1969

La baronessa Olga Pulgstall a Feldbach nel 1969

Da sinistra: Stefano Diprima, mia moglie Lillina Randazzo e la baronessa Olga Pulgstall a Feldbach nel 1969






domenica 28 dicembre 2014

La teoria del "tutto".


La teoria del tutto.
(La creazione come la immagino da credente1)

       In principio era Dio2 fuori dallo spazio e dal tempo.
       Dio crea tutto ciò che fu, è e sarà. Cioè crea tutti gli universi3 che furono, sono e saranno.
       Pone ogni universo in un proprio spazio e crea, sempre per quell’universo, il tempo e dà il via allo scorrere del tempo cioè immette nell’universo la “freccia del tempo”.4 Da quel momento tutto quanto è nell’universo creato (e perciò già esistente) comincia a scorrere dal passato verso il futuro attraverso il presente. Ogni universo corre, come ogni cosa creata, verso la sua fine5
      Se questa interpretazione dell’azione creatrice di Dio dovesse essere vera, avremmo alcune conseguenze:
  • tutto ciò che noi oggi chiamiamo futuro, esiste già ma non è stato ancora investito dalla freccia del tempo6;
  • nel particolare Big-Bang di ogni universo, e prima ancora che esso fosse inserito nel tempo, è presente tutto quanto è e sarà di esso. In conseguenza libertà e libero arbitrio degli esseri umani sono già presenti ed esercitati. Saranno percepiti quando saranno investiti dalla freccia del tempo;
  • ciò che è destinato a sopravvivere di ogni universo è la componente spirituale di esso cioè le anime; gli angeli potrebbero essere ciò che resta di un altro universo; 
  • anche l’incarnazione del figlio di Dio fa parte (nascita, morte e resurrezione di Gesù) furono presenti nell’atto creativo dell’universo di cui siamo parte e non è detto che si ripeterà in altro universo;
       Gesù era il figlio di Dio incarnato. Sapeva tutto sulla creazione, ma parlava a gente di duemila anni fa che non avrebbero capito niente. Per questo motivo parlava per parabole. Cito il Vangelo di Matteo (capitolo 13, 34-35): Gesù disse alle folle tutte queste cose in parabole, e nulla diceva ad esse senza parabole, affinché si avverasse quanto era stato detto dal profeta: < Aprirò la mia bocca in parabole; rivelerò cose nascoste sin dalla creazione del mondo>.”                                                                     ----------------  ---------   -----------------------------         ----------                ------1. Lemaitre, ideatore della teoria del Big Bang e sacerdote cattolico, riteneva che fosse un errore mescolare il piano scientifico con quello religioso. La teoria del Big Bang prescinde dalla fede. L’ipotizzata grande esplosione iniziale (Big Bang) da parte di chi non crede non implica alcun giudizio su quel che c’è stato prima di essa.                                                  - 2. Uno e trino: Padre, Figlio e Spirito Santo. Quest’ultimo inteso come rapporto tra Padre e Figlio.                                       - 3. Non è detto che l’universo in cui noi viviamo sia l’unico. Gli angeli e gli stessi demoni potrebbero essere vissuti in altro universo. Gli scienziati oggi non escludono la possibile esistenza di altri universi (vedi ad esempio la dichiarazione del fisico Carlo Rovelli a pag. 51 di “la Repubblica” del 28-10-2014).                              
 - 4. Il termine “freccia del tempo” è oggi usato dalla scienza per indicare il moto irreversibile con cui il futuro scorre nel passato attraverso quel che chiamiamo presente.       
5. È formidabile a tale proposito quel che dice San Pietro nella sua seconda lettera: “Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli spariranno con grande fragore, gli elementi infuocati si dissolveranno e la terra sarà consumata insieme a tutte le opere che contiene” (3, 10).                                        
6. Ciò spiega come sia possibile che alcuni santi abbiano predetto il futuro (ad esempio: San Pio da Pietralcina, alcuni eventi di Lourdes e Fatima ecc.). 

giovedì 28 novembre 2013

Segnalazioni al Sindaco di Campofranco

Al sig. Sindaco 93010 CAMPOFRANOCO
 Campofrano 29 ottobre 2013 
 Oggetto: Premessa e Segnalazione n. 1. 
 Premessa.
Attualmente non sono impegnato politicamente per alcun partito, dispongo di in po’ di tempo libero e desidero, da semplice cittadino, aiutare l’amministrazione comunale nel suo quotidiano impegno nei vari settori. Penso perciò di far cosa utile segnalando alcuni inconvenienti nella speranza che gli amministratori intervengano liberamente con iniziative risolutive. Darò la precedenza a segnalazioni di inconvenienti per la cui soluzione non occorre spendere molto. Ogni segnalazione porterà un numero d’ordine, sarà trasmessa al sindaco con posta elettronica certificata e sarà anche trasmessa per e-mail ai cittadini che me lo chiederanno. In ogni caso chi vorrà leggerle le troverà sul mio Blog (www.stefanodiprima.it) alla voce Segnalazioni al Sindaco. Segnalazione n. 1: Circolazione stradale nel centro abitato (D, Lgs 30/04/1992 n. 285 (agg. D.Lgs. 2/2013); Regolamento D.P.R. 16/12/1992 n. 495 (agg. D.L. 5/2012 ). Osservo che le infrazioni al Regolamento Stradale nel centro abitato non sono normalmente perseguite. Ciò può essere causato dal piccolo numero dei vigili urbani e dai molti compiti che essi sono chiamati a svolgere. Ciò nonostante i nostri vigili trovano il tempo per andare a perseguire le infrazioni sulla strada statale 189 per Palermo (a mio avviso dovrebbero, prima di tutto, badare al centro urbano). Con questa lettera propongo un modo semplice e non oneroso per risolvere il problema. Ho visto che a volte vengono usati gli “ausiliari del traffico” che però non possono verbalizzare le infrazioni. Ad essi potrebbe essere dato l’incarico di fotografare le macchine posteggiate abusivamente e sulla base delle foto negli uffici comunali potrebbero essere redatti i verbali e inviate le contravvenzioni. Le foto dovrebbero riportare la data e l’orario. Se dovesse essere usato tale metodo, si potrebbe, nella prima settimana, non inviare contravvenzioni ma inviti a non ripetere le infrazioni. E’ ovvio che non debbano essere fatte eccezioni né per gli amministratori né per gli amici anche perché in tal caso si commetterebbe un reato. Spero che quanto sopra, o iniziative similari, siano valutate dalla S. V. e poste in atto. Il rispetto delle norme è certamente un compito (non una facoltà) del sindaco. Cordiali saluti. 
                                                                                                  Stefano Diprima

sabato 2 marzo 2013

Albero genealogico della famiglia Diprima da Sutera (CL)

      Per leggere meglio l'albero cliccare con il mouse l'albero e poi pressare i tasti "Ctrl" e "+".

martedì 4 dicembre 2012

Per un discorso cristiano di resistenza alla mafia

Atti del seminario di studio tenuto a San Cataldo (Caltanissetta) il 10 dicembre 1994
(Pagg. 158 - Salvatore Sciascia Editore - 10 euro - Collana diretta da Cataldo Naro )

PREMESSA DEL CURATORE

      Sono raccolte in questo volume le relazioni tenute nel seminario di studio sul tema: "Per un discorso cristiano di resistenza alla mafia. Le categorie teologico-morali di struttura di peccato e peccato sociale, organizzato dall'Associazione Amici di Argomenti e tenuto il 10 dicembre 1994 presso il Centro Studi Cammarata di San Cataldo.
       Non è stato possibile, purtroppo, trascrivere ed inserire nella raccolta tutti gli interventi dei partecipanti al dibattito seguito alle relazioni. Sono stati interventi - taluni molto puntuali e stimolanti - che da diversi punti di vista, hanno sviluppato le proposte dei relatori ed, anche, hanno lamentato carenze e apportato integrazioni nella comune riflessione. la mancata trascrizione di tutti gli interventi impedisce di cogliere la ricchezza di riflessione che il seminario è riuscito ad esprimere. Abbiamo inserito solo pochi interventi (Mons. M. Garsia vescovo di Caltanissetta - Mons. Liborio Campione - Don Vincenzo Sorce - Don Giuseppe Anzalone - Don Cosimo Scordato e Don Cataldo Naro) opportunamente rielaborati dagli autori per la pubblicazione. Da essi - in particolare da quello di Naro sul taglio "culturalista" del discorso della chiesa siciliana sulla mafia - traspare come il dibattito nel seminario si sia allargato alla più vasta problematica del confronto della chiesa siciliana col fenomeno mafioso. Con osservazioni e valutazioni che, talvolta, hanno contribuito ad ampliare e, nello stesso tempo, precisare il quadro della comune riflessione.
     Non è stato riportato l'intero dibattito. In compenso, però, è stata inserita nella raccolta un'appendice di Salvatore Privitera, docente di teologia morale nella Facoltà Teologica di Sicilia, in cui egli valuta piuttosto criticamente le proposte dei relatori del seminario, dando luogo così ad un confronto sul terreno specifico della teologia morale che certamente avrà un seguito, se non altro perché sollecita chiarificazioni ed approfondimenti concettuali e dottrinali. E val la pena notare che due dei relatori sono anch'essi teologi moralisti che vivono ed insegnano in Sicilia: Raimondo Frattallone che è docente nell'Istituto teologico salesiano "S. Tommaso" di Messina, ma ha anche tenuto corsi nella Facoltà teologica di Palermo e nello Studio teologico "S. Paolo" di Catania; e Gianpiero Tre Re che insegna nella Facoltà teologica di Palermo. Ma anche tra i partecipanti al seminario c'erano docenti e studiosi di teologia morale, tra i quali Giuseppe Anzalone, docente nell'Istituto teologico di Caltanissetta, il cui intervento è inserito nella raccolta. Sicché i testi pubblicati in questo volume - in particolare le relazioni di Frattallone e Tre Re, l'intervento di Anzalone e l'appendice di Privitera - possono considerarsi una piccola ma significativa testimonianza della riflessione che i teologi moralisticonducono in Sicilia sul delicato tema di resistenza alla mafia in cui la chiesa dell'isola è di fatto impegnata e su cui, perciò, non può non interrogarsi e riflettere. E' una riflessione -  questa dei teologi moralisti siciliani su temi riguardanti la mafia - appena agli inizi. In maniera evidente essa mostra e sconta questo carattere iniziale. Ma è importante che, comunque, sia iniziata.
     Alle stesse due relazioni dei teologi Tre Re e Frattallone segue, nel testo quella di Antonio Giliberto, docente di teologia dogmatica e preside dell'Istituto Teologico di Caltanissetta. Essa rappresenta un opportuno e, si può anche dire, necessario completamento della riflessione condotta nel seminario, prevalentemente incentrata sulle categorie teologico-morali di "struttura di peccato" e "peccato sociale". Giliberto tenta di trarre le conseguenze, sul piano della prassi ecclesiale, delle conclusioni cui giungono Tre Re e Frattallone nel campo teologico-morale. Si tratta di conseguenze di tipo pastorale - imperniate sul concetto di "pubblico peccatore" (o "peccatore manifesto" secondo la vigente normativa canonica) attribuito al mafioso battezzato, con le implicite ma ovvie conseguenze sul piano della disciplina ecclesiale, a cominciare dall'esclusione dai sacramenti - che lo stesso autore presenta in maniera piuttosto problematica.Non potrebbe essere altrimenti. Individuare una linea di prassi pastorale nei confronti degli affiliati alle cosche mafiose - che, non bisogna dimenticarlo, sono rigorosamente regolate dal segreto - non è cosa facile e, comunque, non appare adottabile in maniera uniforme dai pastori - particolarmente i parroci - in tutti e singoli i contesti locali ed ambientali della Sicilia.
     Però l'individuazione di categorie specificatamente ecclesiali e in particolare teologico-morali ("struttura di peccato", "peccato sociale", "peccatori") per parlare di mafia e mafiosi, risulta molto importante ed anzi indispensabile non tanto, almeno primariamente, per la comprensione del fenomeno ad integrazione della comprensione fornita dalle scienze umane (secondo un'osservazione del teologo Cosimo Scordato nel suo ampio ed interessante intervento in questo volume) e non tanto, principalmente, per la stessa elaborazione di una linea pastorale nei confronti dei mafiosi, quanto piuttosto ai fini dell'ordinaria opera di catechesi e formazione cristiana all'interno delle comunità ecclesiali in un ambiente inquinato dalla mafia. Sembrerebbe ovvio che l'appartenenza alla mafia e il comportamento mafioso (a cominciare dalla stessa affiliazione con riti che, a quanto si sa, sulla base delle recenti e dettagliate confessioni dei cosiddetti pentiti, rappresentano una sacrilega parodia di alcuni simboli della tradizione cristiana, e dall'impegno assunto dall'affiliato a usare sistematicamente violenza contro chiunque nell'interesse e in ubbidienza alla cosca) sono da considerare del tutto inaccettabili dalla coscienza cristiana. E, quindi, sembrerebbe che non sia il caso di farne oggetto di esplicito riferimento e di decisa condanna da parte della chiesa, specialmente nell'ordinario impegno formativo intraecclesiale. Eppure un tale "discorso" ecclesiale - con linguaggio propriamente cristiano - sulla mafia e mafiosi si impone come urgente non foss'altro per aiutare i fedeli nella valutazione, dal punto di vista della stessa fede cristiana, di un fenomeno che, comunque, spesso li tocca da vicino e li interpella in un modo o in un altro e che, come si sa, è risultato storicamente e risulta talvolta ancora oggi connesso con la cultura diffusa, se non altro tramite la deformazione e la strumentalizzazione dei suoi codici; sicché si impone, e un'opera di "discernimento" o, come alcuni preferiscono dire, di "risanamento"  di questa cultura da parte della comunità ecclesiale che in questa cultura diffusa vive e con essa deve pur sempre misurarsi, se qualche validità ha l'esigenza di "inculturazione della fede" di cui oggi tanto si parla in ambito ecclesiale. E, d'altra parte, un "discorso" cristiano sulla mafia si impone anche per evitare chela chiesa, facendo proprio esclusivamente il "discorso" che la società civile svolge sulla mafia, finisca col pensarsi e proporsi, secondo il rischio paventato da un noto teologo siciliano, meramente come "religione civile" smarrendo anche la capacità di rapportarsi evangelicamente a fenomeni di così triste e problematica evidenza come la mafia.
     Convinta dell'urgenza di elaborare un linguaggio cristiano sulla mafia o, meglio, sulla "resistenza" dei cristiani ad essa, L'Associazione "Amici di Argomenti" - dopo avere pubblicato gli atti di un precedente seminario su martirio e vita cristiana, con evidenti riflessi sulla testimonianza cristiana nella Sicilia d'oggi -, ha promosso il seminario sull'applicabilità delle categorie di  struttura di peccato e peccato sociale alla mafia ed ora offre la raccolta dei suoi atti all'attenzione, in particolare, delle chiese di Sicilia.
                                                    Stefano Diprima

Primo Sinodo della Chiesa di Caltanissetta

Il volume Chiesa Nissena in Cammino (pagg. 449 - Edizioni Lussografica) contiene i 38 inserti  pubblicati  da  "La Voce di Campofranco" durante lo svolgimento del Sinodo della Chiesa di Caltanissetta (dal settembre 1989 al maggio 1993). 

L’ing. Stefano Diprima è un laico, cristiano adulto, con la passione della ricerca, con la disponibilità a partecipare e a collaborare sia nella società che nella Chiesa, attraverso la maturità della sua fede che gli fa sentire forte l’urgenza dell’impegno nella storia, sia sul piano educativo sia sul piano politico, sia sul piano culturale ed ecclesiale.
Il volume che ha creato “Chiesa nissena in cammino. Accompagnando il primo Sinodo della Chiesa nissena”, è la testimonianza d’una fede creativa, d’un impegno ecclesiale puntuale, serio, rigoroso.
Come membro eletto del Sinodo ha accompagnato questo evento della Chiesa nissena dal di dentro, partecipando con i suoi interventi, con le sue competenze, con le sue esperienze.
Ha partecipato ai dibattiti, ai lavori delle commissioni, ha fatto parte del gruppo di appoggio per l’inchiesta socio-religiosa affidata al Prof. Roberto Cipriani dell’Università “La Sapienza” di Roma, della commissione emergenze sociali.
La sua vita in Azione Cattolica da socio e da Presidente, la sua partecipazione alla commissione pastorale regionale e al Consiglio pastorale diocesano, lo hanno reso attento e competente nel cammino sinodale nisseno.
Straordinario è stato l’apporto dell’Ing. Stefano Diprima sul piano della documentazione e della comunicazione intraecclesiale e con il mondo esterno.
Il libro è frutto d’un lavoro sapiente, certosino, di raccolta di notizie, informazioni, dibattiti, interventi, documenti, che gradualmente sono stati prodotti durante i lavori sinodali.
Una documentazione oggettiva e rispettosa della verità e, contemporaneamente, una paziente e puntuale comunicazione all’interno della comunità diocesana e con il territorio mediante il prestigioso giornale “La voce di Campofranco”.
Ha seguito il Sinodo anche attraverso l’approfondimento di particolari tematiche come la pastorale giovanile, verso quale società, una pastorale per vincere la mafia, parrocchia e territorio, i cattolici praticanti, adeguamento di impianti tecnologici.
Puntuali sono i resoconti dei lavori assembleari, vivaci le interviste ai vari responsabili del Sinodo.
In tutto questo c’è passione di Chiesa, voglia di rinnovamento, spinta al cambiamento, amore alla verità, volontà di tradurre in prassi pastorale le indicazioni conciliari.
Un lavoro prezioso ma non capito, anzi, criticato da chi è ancorato a sistemi clericali, ad incapacità di confronto, a difficoltà nel dialogo.
Il libro risulta un prezioso strumento per recuperare la memoria del primo Sinodo diocesano nisseno, esperienza, seppure problematica, di coralità ecclesiale, di corresponsabilità dei vari stati di vita, di partecipazione creativa di tutti i ministeri.
Uno strumento per far risorgere un evento carico di speranza e di futuro, consapevoli che non c’è identità senza memoria.
Don Vincenzo Sorce
         (2012)